Centro Studi Europeo Pasca | Marcantonio Bragandin e l’assedio di Famagosta (1571)
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Marcantonio Bragandin e l’assedio di Famagosta (1571)

Introduzione:

La storia di Marcantonio Bragadin, governatore veneziano di Cipro, del comandante Astorre Baglioni, e della loro difesa della fortezza di Famagosta, rappresenta uno degli eventi più significativi della lotta fra ottomani e veneziani per il controllo del Mediterraneo orientale. Pochi mesi prima della famosa Battaglia di Lepanto (1571), un manipolo di soldati europei difese Famagosta per un anno nel corso di un assedio che vide schierati, fuori dalle mura, quasi 100.000 soldati e guastatori ottomani.

Il rapporto fra Venezia e Cipro iniziò a essere sempre più stretto a partire dalla metà del XII secolo. In particolare, già nel 1139 era presente a Limassol, nella parte meridionale di Cipro, una compagnia mercantile veneziana. Dopo tre secoli tormentati, in cui bizantini e arabi si erano contesi l’isola e spartiti la tassazione sugli abitanti, nel 958 Cipro fu riconquistata in via definitiva dall’Imperatore Niceforo II Foca. E nel 1147 fu proprio un Imperatore bizantino, Manuele I Comneno, a includere Cipro fra i luoghi in cui i veneziani avevano diritto di commerciare liberamente. Meno di mezzo secolo dopo, nel 1192, Cipro finì in mano ai Lusignano, con i quali i veneziani ebbero inizialmente qualche problema. Ciononostante, i traffici della Repubblica a Cipro continuarono e, nel 1306, ricevettero i crismi dell’ufficialità grazie a un’intesa firmata nella città di Nicosia, capitale del Regno. Tale documento concesse ai veneziani la possibilità di avere proprie piazze commerciali, possedimenti e un proprio giudice.

Il governo civile di Salamina era affidato a Marcantonio, nato dalla famiglia Bragadin, la quale – se proprio non vogliamo credere che abbia preso il nome dal celeberrimo fiume africano che lambiva la città di Utica, chiamato Bragada, nelle cui vicinanze Attilio Regolo si dice abbia ucciso un enorme serpente lungo centoventi piedi (e infatti si congettura che le origini della famiglia risalgano proprio a Regolo) – è comunque una delle famiglie più nobili di Venezia.

Dotato di un grande intelletto, egli dimostrò di avere grande forza fisica e d’animo e di essere un uomo ingegnoso, pronto, buono e probo. Ma egli era soprattutto devoto a Dio e attaccato alla sua patria a tal punto che, qualora ce ne fosse stato bisogno, sarebbe morto mille volte per la difesa del culto di Dio, della religione cristiana e della patria. Perspicace nel prevedere, pronto a eseguire, indefesso nel vigilare, Marcantonio era davvero nato per governare le cose della Repubblica Veneziana.

Quando, il primo giorno di maggio dell’anno 1149 dopo la fondazione di Venezia, ovvero il 1570 dopo Cristo, fu annunciata in tutta Cipro l’imminente guerra fra turchi e veneziani, il Bragadin era privo di denaro, senza il quale i saggi reputavano impossibile porre in essere tutti gli adempimenti necessari alla difesa, e anche a corto di oro ed argento, già utilizzati per pagare fanteria e cavalleria.

A causa della distanza dagli altri possedimenti veneziani, non poteva neanche sperare in un opportuno aiuto finanziario, e quindi rinnovò l’antico uso di battere moneta con quello che aveva a disposizione.

Sappiamo infatti che Domenico Michiel principe e ventiseiesimo doge di Venezia, nella spedizione asiatica fatta contro i turchi in Siria per salvaguardare gli interessi cristiani, si ritrovò sprovvisto di denaro. Per pagare marinai e soldati, ordinò che fosse istituita una moneta in pelle e la distribuì al posto di oro e argento a tutti gli stipendiati con la promessa che, una volta tornati in città, avrebbero potuto cambiarla con del denaro vero.

Così il Bragadin per prima cosa volle costituire una tesoreria, e ordinò di battere giorno e notte monete di rame, alcune da dodici assi, altre da quattro quadranti, con cui pagò la fanteria italiana, greca, la cavalleria e tutti quelli che facevano parte del presidio. Emanò quindi un’ordinanza che prevedeva la pena di morte per coloro che si fossero rifiutati di ricevere quel tipo di moneta in pagamento.

In questo modo riuscì a risolvere lo stato di grave necessità come se avesse avuto a disposizione vere monete d’oro e d’argento.

Inoltre il giorno 4 giugno spedì per tutto il contado di Salamina delle persone che, in modo veloce e ordinato, raccogliessero e riportassero in città qualsiasi cosa necessaria a sopravvivere in condizioni di assedio: frumento, vino, olio, formaggio, legna, carbone, pecore e altro. Inoltre, per non lasciare nulla al nemico, il Bragadin ordinò di mettere a ferro e fuoco tutto ciò che non poteva essere riportato in città. E il suo ordine fu subito eseguito.

I rapporti fra Lusignano e Venezia si strinsero ulteriormente nelle decadi successive, in particolare grazie ai continui finanziamenti concessi da quest’ultima ai regnanti ciprioti (basti pensare che il riscatto di Re Giano, catturato nel 1426 dai mamelucchi, fu pagato dai veneziani), e portarono al matrimonio fra la nobile veneziana Caterina Cornaro e Re Giacomo II di Cipro. Ovviamente, alla morte di quest’ultimo, avvenuta nell’agosto 1474, Venezia prese, di fatto, il controllo dell’isola. Visto che la nostra trattazione riguarda Famagosta, o Salamina che dir si voglia, bisogna ricordare che questa rimase in mano ai genovesi dal 1372 al 1464, resistendo a ben cinque assedi dei sovrani di Cipro.

Assieme all’isola, i Veneziani ereditarono anche un tributo di ottomila ducati l’anno da pagare al Sultano come ulteriore (e ricorrente) prezzo per la liberazione del citato Re Giano. Come già spiegato nel box qui sopra, il dominio veneziano su Cipro non solo diede un forte impulso alla demografia, ma fece crescere il numero di vascelli in entrata e uscita dai porti isolani.

Oltre alle navi onerarie, attraccavano e si rifornivano anche le galee da guerra dei Cavalieri di Malta e dei corsari provenienti da ponente. La presenza di queste ultime imbarcazioni rendeva poco sicura la navigazione ottomana nel tratto di mare fra Cipro e le coste egiziane, tanto che le lamentele dei musulmani che viaggiavano verso la Mecca arrivarono fino ai piani alti dell’Impero Ottomano.

A Costantinopoli, Selim II, forse convinto da alcuni pascià (e da Giuseppe Nasi), decise che era giunto il momento di mettere fine al dominio veneziano su Cipro. In realtà, Selim II aveva molti problemi a dimostrarsi all’altezza del padre, morto nel 1566 appena un anno dopo la sconfitta inflittagli da La Valette a Malta. Chiamato Sarhoş (l’Ubriacone) e probabilmente omosessuale, vide nella conquista di Cipro un’ottima occasione per sollevare la sua reputazione. Ad ogni modo nel 1568, chiusa (temporaneamente) la contesa con gli Asburgo nei Balcani, Selim II poté pianificare la presa del dominio veneziano in relativa tranquillità.

Nei primi giorni del 1570, il bailo di Venezia nella capitale ottomana, Marcantonio Barbaro, avvisò il Senato che iniziavano ad esserci voci insistenti su una spedizione contro l’isola e movimenti sospetti fra gli alti gradi militari.

Il 13 gennaio 1570, Selim II bloccò le navi veneziane a Costantinopoli, i traffici della Repubblica nell’area, e mandò alcuni contingenti in Dalmazia per infastidire il confine veneziano. La sua idea era quella di dimostrare quanti danni potesse arrecare a Venezia e alla sua economia se quest’ultima non gli avesse concesso Cipro. Circa un mese dopo, Selim II inviò un ambasciatore a Venezia per procedere con una richiesta formale.

Il senato veneziano rifiutò con forza, e l’ambasciatore turco supplicò di poter uscire da una porta segreta poiché temeva di essere linciato dal popolo veneziano. Nei mesi successivi vi furono le solite scaramucce, sequestri di beni e altre ritorsioni fra turchi e veneziani.

Poi, nel luglio 1570, l’esercito ottomano, guidato da Lala Mustafà Pascià, sbarcò a Cipro. Dopo tre settimane di razzie e studio del territorio, il 22 luglio Mustafà fece muovere le truppe verso Nicosia dopo aver mandato 500 cavalieri a impedire i collegamenti fra questa e Famagosta. Così facendo, operò in modo opposto a quanto consigliato da Pialì Pascià, comandante delle forze navali ottomane.

Il 9 settembre, per una serie di errori di valutazione da parte del comando veneziano, la fortezza di Nicosia, capitale del Regno, cadde dopo soli 45 giorni di assedio. Ventimila uomini furono massacrati nel giro di pochi giorni, mentre i sopravvissuti furono ridotti in catene e spediti a Costantinopoli.

Dunque tutto il regno di Cipro fosse sotto il controllo dei turchi a eccezione della sola Salamina; e fu lì che si portò Astorre Baglioni, supremo comandante della milizia, poiché temeva che i nemici l’avrebbero assediata prima di Leucosia, ora detta Nicosia, cosa che però non accadde.

All’interno della città, ordinò alla popolazione di porre in essere tutto il necessario alla difesa di Salamina, cioè aumentare, diminuire, dilatare, distruggere, abbattere, restringere, appianare i luoghi a seconda della necessità, restaurare gli antichi baluardi, erigerne di nuovi nei punti più deboli, e provvedere alle altre cose che un preside dotato di grandi capacità riteneva necessarie.

Si occupò di spronare i lavoratori a compiere le operazioni, promettendo con grande eloquenza non solo lodi e premi dalla Repubblica Veneta, ma anche una ricompensa divina.

Di certo l’eloquenza era propria del genere e del sangue veneti, tanto che sia i fanciulli e gli adulti senza esperienza, sia gli uomini e i vecchi avvezzi alle discussioni nel foro e nel senato, erano eloquenti in modo mirabile. E tuttavia non si può sottolineare abbastanza quanto in quella fosse eccellente il Bragadin, cui la stessa necessità suggeriva le parole. La veemenza della sua orazione proveniva infatti solo dalla forza della sua esposizione, e non dal suo ingegno o da una capacità tecnica acquisita.

Come aveva dimostrato altre volte questa grande eloquenza, così il 14 luglio quell’eccezionale comandante, nella piazza dove il religiosissimo vescovo di Salamina, Girolamo Ragazzoni, aveva celebrato la messa, dopo la consacrazione ricevuta dallo stesso vescovo, e dopo una breve esortazione fatta da quest’ultimo al popolo perché si adoperasse fortemente, con coraggio e fedeltà per Gesù Cristo e per il suo principe, quel comandante, dicevo, giurò solennemente di affrontare ogni pericolo per la difesa della religione cristiana e per la conservazione della Repubblica, di dare la vita, se ce ne fosse stato il bisogno, e di difendere fino alla fine un popolo tanto fedele e onorevole.