Centro Studi Europeo Pasca | L’assedio di Rodi – 1480
36
post-template-default,single,single-post,postid-36,single-format-standard,qode-quick-links-1.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode_grid_1300,qode-theme-ver-11.0,qode-theme-bridge,wpb-js-composer js-comp-ver-5.1.1,vc_responsive

L’assedio di Rodi – 1480

  1. Prologo

Mettiamo subito le cose in chiaro. I veri guerrieri cristiani, quelli che riuscirono a tenere a bada arabi e ottomani per secoli nel bacino del Mediterraneo, non furono i Templari (che, per quanto ricchi e potenti, ebbero vita breve), ma gli Ospitalieri. Dopo la caduta di Acri, nel 1291, gli Ospitalieri si ritirarono nell’Isola di Rodi, che portarono in breve tempo a un livello di prosperità mai conosciuto prima.

Gli Ospitalieri erano piuttosto gelosi delle loro Lingue (in sostanza i capitoli connessi al territorio di provenienza in cui si dividevano i cavalieri), e non rappresentarono mai una forza militare impressionante dal punto di vista numerico. Eppure, riuscirono sempre a bilanciare l’inferiorità numerica con l’acume tattico, l’addestramento e la capacità di costruire fortezze impenetrabili.

Nel 1480, mentre la flotta musulmana era sulla via di Cipro, erano presenti solo 500 Cavalieri, 4.000 soldati in tutto,  comandati dal Gran Maestro Pierre d’Aubusson e da suo fratello.

l 13 Maggio, il Gran Maestro fece entrare la popolazione nelle mura ed innalzare delle vele, dei teloni, a protezione delle case, in modo che non venissero raggiunte da pietre e schegge durante l’assedio.

Nel frattempo, anche in Europa giunse la notizia dell’imminente assalto musulmano a Rodi. I Cavalieri erano dati per spacciati, visto che neanche le mura più imponenti della storia umana, quelle di Costantinopoli, erano riuscite a resistere alla furia e alle schiere infinite di Maometto II. Anche il Gran Priore d’Alvernia, andando con i suoi verso Rodi disse “..ecco dei pecoroni, che si portano ad essere sgozzati dal coltello turco”. I sovrani europei inviarono lettere di auguri ed esortazioni, ma si astennero da qualsiasi forma di aiuto.

Con un ultimo colpo di coda, d’Aubusson tentò di istigare gli ungheresi ed i veneziani ad azioni di guerra contro Maometto II, ma non vi riuscì. I veneziani in particolare pensavano che la caduta degli Ospitalieri, loro concorrenti nel commercio, avrebbe portato un netto miglioramento nei traffici della Serenissima.

Maometto II invece poteva contare su diversi rinnegati, che gli avevano portato le mappe delle fortificazioni di Rodi, e su un ingegnere tedesco, Giorgio Frapan (italianizzato), che veniva considerato un vero e proprio maestro nella costruzione di imponenti pezzi d’artiglieria.

Nel dicembre 1479, Maometto II aveva già mandato in avanscoperta  con una discreta avanguardia di Giannizzeri e Spahis, ma questi si era ritirato dopo aver subito notevoli perdite.

Nel frattempo, sulla Torre di San Nicola si erano abbattuti quasi trecento colpi, che aveva subito dei crolli parziali ma, complessivamente, ancora reggeva. Il Gran Maestro sapeva perfettamente che la Torre non doveva cadere, quindi inviò lì il comandante Carretto, della Lingua d’Italia, con i cavalieri migliori. Questi lavorarono notte e giorno per rimettere in sesto le parti crollate e piazzare l’artiglieria. Alla vigilia dell’assalto musulmano, entrarono nella Torre anche il Gran Maestro e suo fratello, il Visconte di Monteil, assieme ad altri volontari.

Il Gran Maestro chiese aiuto al Papa, a vari sovrani europei e ai membri dell’Ordine ancora in Europa con una lettera, datata 21 Maggio 1480.

ll 9 Giugno, alle prime ore del mattino, diverse navi piene di fanteria attraccarono al molo. I Cavalieri reagirono colpendo duro con i cannoni, ma la moltitudine dei nemici impedì che si potesse evitare un vero e proprio assedio alle parti crollate della Torre.

Purtroppo, Rodi era davvero troppo vicina, anzi, era circondata dai possedimenti musulmani. Gli Ospitalieri lo sapevano, prima o poi sarebbe giunto un esercito sterminato per cacciarli dall’Isola. Nel 1453 Maometto II mise fine all’ Impero Bizantino, ridotto a Costantinopoli e a poche miglia quadrate della campagna circostante. Era un comandante eccezionale e poteva contare su un numero di soldati sterminato. Non gli bastava, quella piccola isola in mezzo ai suoi possedimenti doveva infastidirlo davvero molto, tanto che spedì verso l’isola un esercito mostruoso, comandato da un suo valente generale: Gedik Ahmet Pascià, conosciuto anche come Miseh Pacha, un bizantino convertitosi all’Islam dopo la conquista di Costantinopoli (il vero nome era Michele Paleologo).

Il 13 Aprile, il Gran Maestro ordinò che tutti i combattenti si preparassero all’assedio. Prepararsi all’assedio non vuol dire mettersi sulle mura ed aspettare, ma preparare le artiglierie, fare in modo che i sistemi di comunicazione siano pronti ed efficienti, riparare o fortificare alcuni tratti, assegnare le sezioni da difendere, organizzare l’approvvigionamento di acqua e generi alimentari, ripartire gli alloggi fra la popolazione (che in questi casi poteva anche raddoppiare), arruolare chi può reggere in mano una spada, mandare in perlustrazione alcune galee, mantenere i contatti con gli informatori sul continente, ripetere cento volte i piani di difesa, scegliere le linee d’azione in caso di crollo di parti della cinta muraria e tante altro.

Il 24 Aprile, fu inviata una grossa imbarcazione per portare aiuti al castello di S. Pietro e a Lango. Al suo ritorno, fece tappa a Nissaro  per imbarcare tutta la popolazione e portarla a Rodi. Il castello di Filermo, a due miglia dalla città di Rodi, venne restaurato e fortificato ulteriormente. A sua difesa fu inviato un contingente della Lingua francese.

  1. L’assedio

L’armata al completo raggiunse le coste di Rodi il 23 Maggio 1480. I musulmani erano 100.000, stipati su oltre 170 navi (esclusi galeotte e navi da trasporto). Il rapporto fra le forze in campo era di 40 a 1. Il numero può sembrare esagerato, ma anche le stime più basse non scendono sotto gli 90.000.

Rodi aveva una doppia cinta muraria, intervallata da grosse torri, e un ampio fossato. I due porti erano difesi da diverse torri fortificate. I cannoni della città iniziarono a cantare sugli arabi che si avvicinavano alla riva. I Cavalieri tentarono anche una sortita per evitare lo sbarco, combattendo praticamente in acqua, ma fu un tentativo vano. Ci furono altre scaramucce fra Cavalieri e l’avanguardia di Maometto II, ma nulla di decisivo.

Dietro le spesse mura,  soldati ed i cittadini erano pronti a non cedere un pollice. L’assedio era inevitabile.

I musulmani piazzarono tre pezzi d’artiglieria negli orti di Sant’Antonio per bombardare la Torre di San Nicola, ma il Gran Maestro fece allestire una contro-batteria nel piazzale della Lingua d’Alvernia. I primi colpi pesanti, dunque, seguiti dalla comparsa, ai limiti del fossato, di un disertore che supplicava i Cavalieri di farlo entrare. Si trattava del già menzionato Giorgio Frapan. L’ingegnere tedesco aveva intenzione di agire come spia, e per guadagnarsi la fiducia del Gran Maestro diede parecchi consigli utili alla difesa del forte e al posizionamento delle artiglierie. Il Gran Maestro però continuò a diffidare di lui, e lo fece tenere in osservazione dai suoi uomini. Ad insospettirlo erano le testimonianze di alcuni cittadini, che dicevano di averlo già visto in città, ed il ritrovamento di diverse frecce, tirate oltre le mura (forse da cristiani obbligati a servire nell’esercito di Maometto), che recavano il messaggio “Diffidate di Mastro Giorgio” . Il povero ingegnere tedesco tentò di salire sui bastioni per segnalare ai musulmani le parti più deboli, ma i sei uomini assegnati alla sua scorta gli impedivano ogni volta di affacciarsi, così si rassegnò e si ritirò nell’abitazione assegnatagli.

I Cavalieri si difesero con massi, olio bollente, spazzando le scale con alabarde e spade a due mani, unendosi gomito a gomito dove le mura sono in rovina. Da parte loro, i musulmani combattono con altrettanto ardore. Continuarono a gettare scale contro le mura e a tempestare i bastioni con colpi d’archibugio e frecce. Il Gran Maestro fu colpito da un masso, ma rimase illeso e si fece dare un altro elmo per continuare a combattere.

Alla fine ebbero la meglio i Cavalieri, che riuscirono a distruggere molte navi con i brulotti e l’artiglieria, e a sincronizzare il tiro con gli archibugi in modo da non lasciare scampo ai nemici. Centinaia di musulmani furono massacrati fra il molo e le mura.

Il generale Paleologo continuò a far martellare la Torre di San Nicola dall’artiglieria, distruggendone buona parte. Ancora una volta, il Gran Maestro si recò sul posto (anche per tirare su il morale delle truppe) e chiese ai suoi uomini di continuare a difendere la Torre, visto che la sua caduta avrebbe lasciato ai turchi un punto d’appoggio fondamentale per colpire la città. I Cavalieri si trincerarono come meglio poterono, usando anche sassi di legno, e si prepararono a ricevere un nuovo assalto, che non tardò ad arrivare. Questa volta la battaglia fu meno incerta. Fin dallo sbarco del nuovo battaglione musulmano, l’artiglieria cristiana aveva fatto piovere un inferno di fuoco sulle loro teste. Finirono l’opera archibugeri e balestrieri. Nella breve battaglia persero la vita 700 assedianti.

Il generale musulmano, viste le perdite subite, decise di cambiare strategia: attaccare da più lati. Fece portare grossi pezzi d’artiglieria vicino alle mura, proteggendoli con costruzioni di legno, e iniziò a bombardare il c.d. Muro degli Ebrei. Le mura erano spesse e resistenti, ma il Gran Maestro sapeva che non avrebbero retto al tiro incessante di dieci grossi pezzi. Così, decise di far radere al suolo le case degli ebrei, a ridosso delle mura, e fece scavare un fossato profondo, seguito da un terrapieno, in modo da bloccare la carica nemica una volta cadute le mura. Allo scavo parteciparono tutti, dagli ufficiali ai bambini. I rodiani avevano pochissimo tempo per renderlo operativo.

I cannoneggiamenti musulmani continuavano giorno e notte. Diversi mortai lanciavano pietre oltre le mura per colpire i civili, ma, stando alle cronache, i “solari” voluti dal gran Maestro e gli edifici più resistenti aiutarono a subire pochissime perdite.

Le mura erano allo stremo. Sarebbero crollate, i Cavalieri ne erano sicuri. Quindi, oltre al terrapieno, iniziarono a costruire una contromuraglia interna, dello spessore di due palmi, appena sopra il terrapieno.

Tutti gli ordigni, le caldaie per olio, pece e acqua bollente, sacchetti pieni di polvere pirica e chiodi o lame di ferro (bombe a mano?) furono portati al muro, per organizzare l’ultima resistenza. Il Gran Maestro fece chiamare anche il povero Giorgio, l’ingegnere tedesco/spia fallita, per chiedergli consiglio. L’ingegnere si lasciò scappare qualche parola di troppo a favore dei turchi e qualche biasimo nei confronti dei Cavalieri, così finì dritto nelle carceri di Rodi, dove ricevette le attenzioni dei torturatori. Confessò il suo tradimento, sperando nella misericordia del Gran Maestro, ed effettivamente quest’ultimo si rivelò magnanimo: lo fece impiccare nella pubblica piazza, davanti al popolo in delirio. La spia più idiota della storia.

In una versione ante litteram delle piogge di volantini alleate, il generale musulmano fece piovere sulla città molte frecce recanti lo stesso messaggio: se i cittadini si fossero arresi non sarebbe stato fatto loro nulla, Maometto II voleva solo liberarli, Allah è grande e, per finire, la minaccia, sarebbero stati massacrati tutti se non si fossero arresi.

Ad ogni modo, neanche questo trucchetto servì a qualcosa. I rodiani si trovavano piuttosto bene sotto i Cavalieri, che avevano reso l’isola ricca e prosperosa, e non si fidavano dei musulmani.

Fu allora inviato un ambasciatore, che più o meno riferì lo stesso messaggio piovuto con le frecce, ottenendo per tutta risposta un dito medio ben alzato.

Il Gran Maestro spedì altre missive in giro per l’Europa, sperando che qualcuno mandasse degli aiuti. Gli Ospitalieri controllavano il porto, quindi riuscivano a far giungere alcuni rifornimenti e ad imbarcare i feriti, ma gli aiuti richiesti, che pure potevano sbarcare senza problemi, non arrivarono.

Gli assalti alle mura continuavano, ma venivano respinti dagli assediati con poche perdite. Gli ufficiali musulmani iniziarono ad innervosirsi. Decisero quindi di procedere con un attacco congiunto. La Torre di San Nicola fu assaltata dal solito molo e da un ponte di barche che la congiungeva alla terraferma, oltre a ciò, l’artiglieria continuava a bombardare la città. Il tutto in piena notte.

Il generalo Paleologo guidò personalmente l’assedio dando una enorme prova di coraggio, ma gli Ospitalieri accolsero il tentativo notturno con una pioggia di colpi di colubrina. Molti assedianti raggiunsero però la Torre, o ciò che ne rimaneva. Si dice che il genero di Maometto II, con la sua scimitarra, riuscì ad uccidere diversi soldati, ma alla fine fu trafitto, nonostante il Gran Maestro gli avesse offerto di arrendersi.

Intanto, un gran numero di brulotti uscirono dal porto ed intercettarono le navi musulmano, incendiandole quasi tutte. I Cavalieri fecero poi fuoco sul ponte di barche, tagliando ogni via di fuga. Migliaia di turchi  finirono annegati, trafitti, bruciati. L’esercito era in rotta. Gli Ospitalieri uscirono dalle mura per inseguire gli assedianti, lo stesso fecero addirittura i contadini, che aggredirono i razziatori delle campagne con zappe e roncole, mettendole in fuga.

Sappiamo per certo che anche un frate francescano, Antonio Fradin (cacciato dal Regno di Francia per i suoi “sermoni” politici), si buttò praticamente in mare. Brandendo uno spadone a due mani, riuscì a decapitare diversi musulmani e a ucciderne altri che tentavano di mettersi in salvo sulle barche superstiti. Una bizzarra interpretazione del “Porgi l’altra guancia”.

Il massacro fu lungo e terribile. I Cavalieri erano più addestrati, coperti d’acciaio e stremati da settimane d’assedio. Sfogarono la loro rabbia sull’esercito in rotta. Duemilacinquecento morti in poche ore, tanto che per tre giorni il mare restituì cadaveri di soldati sulla scogliera e nel porto. Si dice che molti plebei rodiani si arricchirono spogliando i morti dei loro vestiti e delle loro armi.

ascià rimase per tre giorni a far decantare la sua rabbia, poi decise di lasciar perdere la Torre di San Nicola e concentrare gli sforzi sulla Posta di Italia e sul Muro degli Ebrei. Colubrine e serpentine rialzate ripresero a colpire le mura, furono scavati tunnel per andare a riempire il fossato, ma anche all’interno della città si studiavano le contromosse migliori. Il gran Maestro indisse una riunione cui presero parte tutti, dai Cavalieri ai rodiani, ai mercanti che erano rimasti durante l’assedio. Ognuno disse la sua in merito alle strategie migliori ed il fratello di d’Aubusson fu creato Capitan-generale.

A 37 giorni dal disastro della Torre di San Nicola, Pascià ordinò un nuovo scrosio d’artiglieria. In pochi giorni, sulle mura arrivarono 3.500 colpi di cannone, senza contare quelli di colubrine e serpentine.

Attendendo l’assalto finale, D’Aubusson riorganizzò le difese, e collocò in alcuni punti degli squadroni a cavallo, in modo che potessero raggiungere velocemente qualsiasi punto delle mura in caso di necessità. Egli stesso si pose a capo di uno di questi.

Nel campo turco invece, il buon Pascià, per spronare i suoi, promise il saccheggio libero della città e comandò che venissero tenuti in vita i giovanissimi, affinché entrassero nel corpo dei Giannizzeri, e che invece fossero uccisi tutti gli uomini, ad eccezione di 8.000. Per questi ultimi erano previsto l’impalamento. E gli 8.000 pali erano già pronti.

Il 27 Luglio, dopo il solito cannoneggiamento, i maomettani si gettarono verso le mura. Il loro impeto iniziale fu inarrestabile. Riuscirono a piantare i loro stendardi sulle Mura degli Ebrei e sulla Posta d’Italia. I Cavalieri italiani si lanciarono in soccorso dei compagni, dando luogo ad uno scontro violentissimo sui camminamenti delle mura.

Il Gran Maestro, avvertito dell’irruzione degli arabi, raggiunse la Porta d’Italia con il suo squadrone di cavalieri e fece a pezzi gli ottomani che tentavano di scendere verso la città. Smontato da cavallo, iniziò a salire le scale delle mura, cercando di ricacciare indietro il nemico.

I maomettani cadevano dalle scale, dalle mura, inciampavano gli uni sugli altri, mentre i drappelli di Cavalieri li spingevano fuori dal muro appena conquistato. Erano comunque saliti sulle mura oltre 2500 ottomani e, esaurita la spinta iniziale, anche i Cavalieri si trovarono più volte in difficoltà. Il Gran Maestro subì cinque ferite, di cui una grave, ma continuò a combattere.

Lo scontro sulle mura andò avanti in maniera incerta per oltre due ore, ma alla fine la maggioranza dei turchi, non riuscendo a sfondare, andò nel panico, ritirandosi in modo disordinato. Ne rimasero poche centinaia, che furono gettati dai Cavalieri verso i cittadini in armi, che li fecero a pezzi. I Cavalieri invece si gettarono all’inseguimento dei turchi, massacrandoli e raggiungendo il loro campo base. Il terrore si diffuse talmente tanto fra i maomettani, che i Cavalieri riuscirono a sottrarre lo stendardo reale, ricamato d’oro e argento. Nell’arco di poche ore erano morti altri 3.500 turchi e altrettanti erano rimasti feriti.

Il Gran Maestro invece fu portato da un gruppo di medici e chirurghi che riuscirono a salvarlo.

Il Pascià, fatta la rassegna dell’esercito, comprese che dall’inizio dell’assedio aveva perso 10.000 dei suoi uomini migliori, mentre i feriti ammontavano a 15.000. Mestamente, fece i bagagli e abbandonò Rodi con ciò che rimaneva della sua flotta.

  1. Conseguenze

Il fu Michele Paleologo trascinò molti dei suoi uomini verso Otranto, già assediata da altre forze ottomane, e sfogò la sua rabbia sulla popolazione, compiendo uno dei massacri più efferati del medioevo. Ma questa è un’altra storia. Maometto II morì l’anno successivo all’Assedio di Rodi, con l’isola ancora saldamente in mano agli Ospitalieri, sognando di conquistare Roma e riunificare l’Impero Romano nel segno della mezzaluna.

Sarà Solimano il Magnifico, nel 1522, a prendere Rodi, dopo un assedio ancora più terrificante di quello del secolo precedente.